Da marzo scorso il Mondo è sconvolto dalla pandemia di COVID-19. L’Italia è stata tra le prime nazioni ad essere colpita con numeri importanti. Tutto questo ha generato una crisi gestionale a livello Sanitario con ripercussioni sulla vita di tutti i giorni. Oggi siamo ancora nel bel mezzo della crisi e le speranze sono tutte indirizzate verso la positiva sperimentazione dei vaccini in fase di studio. I tempi però sono incerti e non è detto che siano brevi. Diventa quindi necessario adottare tutte le misure di distanziamento che ci vengono suggerite a livello ufficiale da OMS e Governo Nazionale anche se faticose e a volte dure da osservare (mascherine, lavaggio delle mani, distanziamento interpersonale, chiusure degli spazi pubblici, ecc.). Queste misure infatti se hanno un impatto importante sulla nostra vita di relazione sono sicuramente anche in grado di garantire la prevenzione.

Possiamo però fare altro? Esistono dei metodi per fare ulteriore prevenzione? La risposta probabilmente è sì! Infatti possiamo sostenere al meglio il nostro sistema immunitario per garantire la massima risposta possibile all’aggressione di agenti esterni. Un sistema immunitario ben funzionante infatti non ci mette al riparo dal contrarre qualsiasi infezione, ma ci mette comunque nella condizione di avere le migliori difese attive. Come fare allora? Per prima cosa una corretta alimentazione, una vita sana e un adeguata attività fisica all’aria aperta sono alla base del buon funzionamento del nostro sistema immunitario.

 Di recente sono circolate varie informazioni più o meno fondate sull’uso di integratori per avere un potenziamento delle difese immunitarie nei confronti proprio del COVID-19. Dobbiamo prima di tutto a monte fare una precisazione, qualsiasi integratore non può potenziare il sistema immunitario altrimenti sarebbe un farmaco. Gli integratori definiti appunto come preparati che hanno un alta concentrazione di principi nutritivi vanno utilizzati in caso di carenze specifiche o per contribuire in particolari situazioni al buon funzionamento di funzioni fisiologiche. Detto questo ci proponiamo di fornire al lettore una sintesi critica di quanto in questi ultimi mesi è emerso riguardo all’uso di alcune sostanze e il COVID-19.

Una delle prime sostanze che ha attratto l’attenzione di molti è stata la Vitamina D3 (colecalciferolo).
Jorg Spitz nel suo libro “  Il Superormone: come proteggersi dalle malattie croniche – La Vitamina D” dichiara che la stessa vitamina “è in grado di prevenire le infezioni”.

In particolare egli sostiene CHE:

“Un sufficiente apporto di Vitamina D:

  • Regola le difese immunitarie cellulari del sangue;
  • Protegge dalle infezioni di tipo influenzale;
  • Previene gli attacchi d’asma;
  • Stimola la produzione endogena di “antibiotici” (catelicidina)
  • Annienta il bacillo della tubercolosi
  • Agisce sul decorso della sepsi”

A marzo scorso all’Università di Torino si notò che nei malati di COVID-19 c’era un’alta prevalenza di avitaminosi D

https://torino.repubblica.it/c... .

Lo stesso dato fu poi ripreso ed confermato in uno studio inglese dell’aprile 2020 in cui si evidenziava una correlazione tra la gravità delle forme di COVID-19 e la carenza di Vitamina D ipotizzando che la stessa possa avere un ruolo protettivo nei confronti dell’infezione da COVID-19. (1)


In particolare come si può vedere dalla tabella, nei paesi dove la concentrazione ematica di Vitamina D è mediamente più alta nella popolazione si riduce il numero di casi di COVID-19 e soprattutto la mortalità(1).


Successivamente in uno studio di giugno scorso è stata redatta una dettagliata analisi dei dati relativi alle evidenze sull’uso di Vitamina D e COVID, soprattutto in riferimento alla gravità della prognosi (2). Questa analisi condotta con la metodica della Casual Inference (CI) si propone appunto di fare delle deduzioni sulla base dei dati esistenti per produrre poi delle indicazioni. Dal punto di vista scientifico quindi si tratta di un’analisi osservazionale che sulla base dell’EBM ( Evidence Based Medicine ) pone dei limiti, anche se le osservazioni sono fatte su milioni di dati. Uno dei dati più interessanti è relativo a quanto le evidenze storiche ci dicono sul ruolo preventivo della Vitamina D. Lo studio ha infatti preso in esame l’andamento delle epidemie influenzali nel corso del periodo 1900-2000. Evidenziando che la Vitamina D venne scoperta cinque anni dopo la pandemia di Spagnola dell’inizio del ‘900, l’analisi mette in evidenza che nel periodo 1930-1957 non ci sono state epidemie globali. Gli autori mettono in relazione questo dato con l’abitudine nel periodo esente da pandemie di implementare l’alimentazione con la Vitamina D ( olio di fegato di merluzzo usato contro il rachidismo). Tale abitudine decadde dal 1957 in poi a seguito di alcuni casi di ipercalcemia dovuti ad accumulo di Vitamina D.


Nello stesso studio si prende in esame quello che può essere il ruolo della Vitamina D nel contrastare a livello molecolare l’infezione da COVID-19. Il virus SARS-CoV infatti ha come punto di attacco un enzima presente a livello polmonare, l’ACE2. Questo enzima è normalmente coinvolto nell’omeostasi del sistema renina –angiotensina –aldosterone  (RAS) che permette ad esempio la regolazione della pressione arteriosa e dell’infiammazione. Quello che si è notato è che il virus SARS-CoV  che causa il  COVID-19 tende a sottoregolare la concentrazione di ACE2. uesto  Questo determina un’attivazione del sistema RAS con il sopravvento dello stato infiammatorio. Analogamente si è visto che l’avitaminosi D può favorire l’attivazione del sistema RAS. Si è visto anche che  vitamina D è in grado di incrementare la produzione dell’enzima ACE2 permettendogli come detto sopra di controllare l’infiammazione a livello polmonare.

Recentemente sul sito dell’ISS www.iss.it è comparsa una nota: “Nelle fasi più avanzate del COVID-19 l’attività immunomodulatoria della vitamina D potrebbe invece contribuire a ridurre il danno legato all’iperinfiammazione nei pazienti con forme severe di malattia. L’interazione tra vitamina D e interferone di tipo I è ancora poco studiata ma potrebbe rivelarsi di grande importanza, anche in considerazione del fatto che dati recenti della letteratura indicano che le complicanze dell'infezione da SARS-CoV-2 possono essere conseguenti ad una produzione insufficiente o ritardata di interferone nella primissima fase dell'infezione”(3).

In sintesi dai dati oggi disponibili sembrerebbe che la Vitamina D ha un ruolo importante nei confronti dell’infezione da SARS-CoV quindi il consiglio è di controllarne i livelli ematici e, qualora si abbiano dei livelli insufficienti intervenire con l’implementazione della stessa.


BIBLIOGRAFIA

1 - The role of vitamin D in the prevention of coronavirus disease 2019 infection and mortality (Petre Cristian Ilie · Simina Stefanescu · Lee Smith)

2 - Evidence Supports a Causal Role forVitamin D Status in Global COVID-19Outcomes (Gareth Davies (PhD), Attila R Garami (MD, PhD), Joanna Byers (MBChB)

3 - Reply to Jakovac: COVID-19, vitamin D, and type I interferon Maria Cristina Gauzzi and Laura Fantuzzi - Istituto Superiore di Sanita`, National Center for Global Health, Rome, Italy